Il brand icona degli anni ’70 torna sulle scene internazionali con una collezione disegnata dall’italiano Marco Zanini
Dimenticate per un attimo gli stereotipi della moda attuale, i finti ribelli, i rosari intorno al collo, i tessuti leopardati, e tutti gli esercizi di agiografia e di ossequiosità verso questi fenomeni da parte di riviste patinate e blog di settore con la loro mancanza di qualsivoglia attitudine critica. Halston non è soltanto un marchio commerciale: negli anni ’70 è stato un emblema sociale, simbolo di un’eleganza profondamente semplice ma raffinata ed affascinante.
In tempi in cui gli stilisti si guadagnano una reputazione solo in base alla grandezza delle loro clienti e ci si spertica in lodi per banali trovate che stanno alla creatività come una velina sta a Greta Garbo, o come un film di Muccino sta a uno di Kubrick, l’innegabile bellezza dello stile puro e “piss elegant” di Halston sembrerà ai più qualcosa di semplicistico. Noi invece ne sentiamo la mancanza: i sentieri minimalisti di Calvin Klein e Ralph Lauren costituiscono solo una piccola parte dell’antidoto necessario alla stravaganza di stilisti-circensi e ai loro stili potpourri. Ma sono bastati i pochi minuti di questo filmato per farci tornare alla mente scene, suoni e profumi dalla forte capacità evocativa: Steve Rubell, Studio 54, Liza Minnelli, Bianca Jagger, Diana Vreeland, la New York in bianco e nero di “Manhattan”, l’eleganza del jersey in seta, il camoscio, le gamme di colore controllate e la fragranza del Z14 (ormai quasi introvabile) che Andy Warhol considerava il miglior profumo da uomo mai creato. Bentornato Halston.














