Patti Smith alla Fondation Cartier pour l’Art Contemporain

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Patti Smith alla Fondation Cartier

E’ una Parigi d’aprile, sospesa tra due stagioni, con i grandi castagni in fiore e il lucore ancora invernale della Senna quella che accoglie oggi Patti Smith e la toccantissima mostra che la Fondation Cartier pour l’Art Contemporain le ha dedicato: Land 250.

Un mondo di visioni. Di istanti indimenticabili. Di dolori inimmaginabili. Un tenace filo rosso che unisce e spezza la vita di questa straordinaria figura di donna e di artista. Una Patti Smith diversa, quasi smilza nei jeans a zampa di elefante e nel camicione informe che la avvolge. Una donna che mostra senza reticenze i suoi paesaggi interiori, le mille croci incise nell’anima. Lontani appaiono improvvisamente gli anni più rumorosi in cui arrivò a New York insieme all’amico di sempre: Robert Mapplethorpe. Anni turbolenti, di protesta, di canzoni che hanno fatto semplicemente la storia del rock. Tante le trasgressioni che la reso maledetta agli occhi dei ben pensanti dell’epoca.

Eppure in questa mostra si privilegia giustamente il lato personale, gli affetti più cari, le grandi passioni letterarie che l’hanno nutrita sin dall’infanzia. Ecco così spuntare una pagina di Rimbaud, una citazione di Virginia Woolf o ancora, il busto di creta di Robert Blake, poeta visionario del primo ottocento inglese. Non ci sono invece le babucce che l’amico Robert portò nei mesi che precedettero la sua morte. Le uniche cose, sussurra Patti, che riusciva ancora a mettere ai piedi. Avrebbe voluto portarle ma poi le è mancato il coraggio. Il fiato.

Del resto la Fondation Cartier stessa ha voluto ricostruire all’interno delle sue mura proprio il piccolo appartamento che i due condivisero nei primi anni settanta, riproporre quella stessa atmosfera fatta di cene e animate discussioni con gli amici della Beat generation. Di incontri-scontri che fecero allora versare fiumi di inchiostro. Mancano i riferimenti musicali, protesta qualcuno, i suoi brani da grande visionaria della musica, ma quelli, potremmo dire, li conoscevamo già ed è comunque sempre possibile ritrovarli, recuperali, farli nostri . Mancava invece questa finestra aperta sul grande cuore di Patti Smith. Un’occasione che forse non si ripeterà più. Un mondo fatto anche di tante polaroid (ve ne sono davvero tantissime in mostra a Parigi) che come dice lei per anni dopo la morte del marito sono state l’unico mezzo con cui riusciva ad esprimersi. A darsi voce. Un documento eccezionale che ci restituisce ora il mistero di una vita senza uguali. Un viaggio nel variegato e burrascoso universo di Patti Smith, un tempo, indiavolata e luminosa sacerdotessa del rock. (Nel riquadro in alto: Autoportrait, New York © Patti Smith e Guitare © Patti Smith)

 

Patti Smith à la Fondation Cartier

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